Il Rapporto di Itinerari Previdenziali restituisce un quadro di conti sotto controllo, ma tra declino demografico, crescita della spesa assistenziale e pensionamenti anticipati il futuro resta incerto.
Il sistema pensionistico italiano continua a reggere sul piano dei conti, ma lo fa sempre meno per effetto della dinamica contributiva e sempre più grazie all’intervento dello Stato. È questa la sintesi che emerge dal Tredicesimo Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano, che restituisce un quadro formalmente sostenibile ma strutturalmente fragile, nel quale previdenza, assistenza e fiscalità generale risultano ormai profondamente intrecciate.
Al 1° gennaio 2025 le pensioni vigenti superano quota 21,14 milioni, mentre i pensionati sono 16,3 milioni. Il numero delle prestazioni cresce più rapidamente della platea dei beneficiari, segno di una stratificazione che non dipende solo dall’invecchiamento della popolazione. Le pensioni di vecchiaia aumentano di oltre 80 mila unità in un solo anno, mentre le anticipate risultano sostanzialmente stabili dopo l’espansione legata alle misure straordinarie dell’ultimo decennio.
Nel 2024 la spesa pensionistica complessiva ammonta a 364,1 miliardi di euro, pari al 16,61% del PIL. Un dato spesso utilizzato per descrivere l’“eccezione italiana” nel confronto europeo, ma che perde gran parte della sua forza se analizzato in modo puntuale. Al netto delle componenti assistenziali impropriamente incluse, integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali, invalidità civili e quota GIAS, la spesa previdenziale effettiva scende a 258 miliardi, pari all’11,77% del PIL, un valore sostanzialmente allineato alla media dell’Unione europea.
Il vero fattore distintivo del sistema italiano è dunque la dimensione dell’assistenza. Nel 2024 la spesa assistenziale complessiva supera i 99,8 miliardi di euro, pari al 4,55% del PIL. Oltre 7,17 milioni di pensionati, cioè il 43,99% del totale, ricevono prestazioni totalmente o parzialmente assistenziali. Una quota che negli ultimi anni non si riduce, nonostante la crescita nominale degli importi pensionistici, segnalando una debolezza strutturale dei redditi più che una distorsione episodica.
La distribuzione degli assegni per classi di importo conferma questa lettura. Più di 10 milioni di pensionati percepiscono meno di tre volte il trattamento minimo mensile, oltre 6 milioni restano sotto le due volte. All’opposto, le pensioni superiori a dieci volte il minimo sono poco più di 250 mila, meno del 2% del totale. Un dato che ridimensiona il peso finanziario delle pensioni elevate e sposta l’attenzione sulla massa degli assegni medio-bassi, spesso sostenuti da integrazioni pubbliche.
Sul fronte finanziario, nel 2024 le entrate contributive raggiungono 260,6 miliardi di euro, mentre le prestazioni previdenziali ammontano a 286,1 miliardi, con un saldo negativo di 25,5 miliardi, coperto dalla fiscalità generale. Le entrate crescono, ma meno della spesa, anche per effetto della decontribuzione, che negli ultimi tre anni è costata circa 95 miliardi di euro, di cui 42,4 miliardi nel solo 2024. Secondo le stime del Rapporto, nei prossimi dieci anni il costo cumulato potrebbe arrivare a 500 miliardi, configurando un debito pubblico implicito che non emerge pienamente nei conti ufficiali.
La dinamica demografica resta un fattore di pressione. Il rapporto occupati/pensionati risale a 1,48, in miglioramento rispetto agli anni della pandemia, ma ancora inferiore alla soglia di sicurezza indicata a 1,5. Il recupero dipende quasi esclusivamente dall’aumento dell’occupazione, non dalla riduzione dei pensionati. Tuttavia, il tasso di occupazione nella fascia 55-64 anni si ferma al 57%, uno dei più bassi in Europa, limitando il contributo delle coorti mature alla sostenibilità del sistema.
Incide inoltre l’età effettiva di pensionamento, nel 2024 le pensioni anticipate presentano un’età media di decorrenza attorno ai 61,5 anni. Le conseguenze sono visibili nella durata delle prestazioni, infatti un terzo delle pensioni IVS è in pagamento da oltre 20 anni, più di 2 milioni superano i 30 anni e circa 800 mila i 40 anni. È questa lunga permanenza nel sistema, più che il numero dei pensionati, a esercitare la pressione maggiore sulla spesa complessiva.
Il Rapporto richiama infine l’attenzione sulla previdenza complementare, segnalando come le recenti modifiche normative che consentono ampi riscatti in capitale e rendite di breve durata rischino di svuotare la funzione del secondo pilastro, trasformandolo in uno strumento di liquidazione differita piuttosto che in un’integrazione stabile della pensione pubblica.
Il messaggio conclusivo che emerge dai dati è chiaro. I conti tengono, ma in misura crescente grazie a trasferimenti, a una diversa allocazione contabile delle spese e a interventi straordinari. In assenza di una separazione più netta tra previdenza e assistenza, di un ridimensionamento della decontribuzione strutturale, di un aumento dell’occupazione e di un riallineamento coerente tra età di pensionamento e aspettativa di vita, l’equilibrio continuerà a poggiare prevalentemente su basi contabili.

