Gli italiani spendono di più ma mangiano peggio, mentre la cucina italiana è Patrimonio Unesco
La dieta mediterranea continua a essere celebrata come modello alimentare, sanitario e culturale, fino al riconoscimento della cucina italiana come Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità. Ma nella vita quotidiana di una quota crescente di famiglie italiane questo modello sta diventando sempre meno praticabile. L’aumento strutturale dei prezzi dei prodotti alimentari e la compressione del potere d’acquisto stanno modificando in profondità il carrello della spesa, colpendo proprio gli alimenti che costituiscono l’ossatura della tradizione alimentare italiana.
È il quadro che emerge dal Rapporto Enpaia-Censis su “Consumi alimentari, retribuzioni e potere d’acquisto”, che restituisce l’immagine di un Paese in cui il cibo costa di più, ma se ne acquista meno e di qualità mediamente inferiore, con effetti che si riflettono direttamente sulla salute e sul valore degli acquisti.
Più spesa, meno cibo. Dieci anni di stagnazione dei consumi alimentari reali
Nel periodo 2014-2024 la spesa per consumi finali delle famiglie italiane è cresciuta in termini reali del 5,7%, mentre la spesa per generi alimentari e bevande non alcoliche si è fermata a un +0,6%. Il divario diventa ancora più netto nel periodo post-pandemico: tra il 2019 e il 2024, a fronte di un aumento dello 0,8% dei consumi complessivi, la spesa alimentare reale è diminuita del 2,7%.
I dati indicano che in dieci anni la spesa alimentare reale degli italiani è rimasta sostanzialmente ferma e che, rispetto all’ultimo anno pre-Covid, si è ridotta. Il Rapporto evidenzia una dinamica strutturale: nel lungo periodo i consumi alimentari crescono molto meno dei consumi in generale, mentre nel medio periodo arretrano in termini reali. Il cibo diventa una delle principali voci di aggiustamento dei bilanci familiari.
I pilastri della dieta mediterranea sono quelli che arretrano di più
La riduzione dei consumi non è uniforme e colpisce selettivamente gli alimenti cardine della dieta mediterranea. Tra il 2014 e il 2024 la spesa reale per oli e grassi diminuisce del 23,3%, quella per la frutta del 5,2%, per la carne del 2,6%, per i vegetali del 2,4%, mentre il pesce registra un calo dello 0,3%.
Nel periodo 2019-2024 la dinamica si accentua ulteriormente: -30% per oli e grassi, -9,7% per il pesce, -4,4% per la frutta. Tengono meglio latte, formaggi e uova, mentre nel lungo periodo crescono zuccheri, dolciumi e bevande analcoliche. Il Rapporto segnala una deriva che penalizza le componenti costitutive della buona dieta mediterranea, indicando che la struttura dei prezzi relativi non incentiva scelte alimentari salutari.
Inflazione alimentare fuori scala rispetto a quella generale e ormai strutturale
Alla base di questa trasformazione vi è un’inflazione che ha colpito il comparto alimentare in modo molto più intenso rispetto al resto dell’economia. Nel periodo 2021-2025 l’indice dei prezzi in generale registra un aumento cumulato del 17,1%, mentre quello dei prodotti alimentari e delle bevande analcoliche sale del 26,6%.
Il dato è il risultato di una dinamica divergente: per i prezzi complessivi gli incrementi risultano decrescenti (+8,1% tra 2021-2022, +5,7% tra 2022-2023, +1% tra 2023-2024), mentre per l’alimentare la pressione è stata più intensa nel biennio centrale (+9,1% nel 2021-2022 e +10% nel 2022-2023).
Anche nel 2025 il divario resta evidente: i prezzi dei beni alimentari aumentano del 2,9%, contro l’1,5% dei prezzi in generale. Il Rapporto segnala il rischio che l’inflazione alimentare abbia assunto un carattere strutturale, anche per l’esposizione delle filiere agricole agli shock energetici, geopolitici e ai costi delle materie prime, in un contesto di forte dipendenza dalle filiere internazionali.
A monte delle tensioni che attraversano l’intero sistema alimentare si colloca l’aumento dei costi che ha colpito direttamente l’agricoltura, primo anello della filiera. Nel periodo più recente, la forte esposizione delle attività agricole agli shock energetici, alle tensioni geopolitiche e alla volatilità delle materie prime ha determinato un incremento significativo dei costi di produzione, che si è riflesso inevitabilmente nella dinamica dei prezzi dei prodotti agricoli.
Prezzi più alti, quantità più basse. Cala il volume, cresce il valore
La pressione inflazionistica si riflette direttamente sui comportamenti di acquisto. Tra il 2021 e il 2024 il volume delle vendite del commercio al dettaglio cala del 3,5%, ma nel settore alimentare la riduzione è ancora più marcata (-6,9%). Nello stesso periodo, però, il valore delle vendite cresce dell’8,7% nel totale del commercio e del 12,5% nell’alimentare.
Anche nel confronto tra gennaio-novembre 2025 e lo stesso periodo del 2024, i volumi restano negativi nell’alimentare (-0,8%), mentre i valori continuano a crescere (+2,1%), certificando che a parità di spesa si portano a casa quantità inferiori di prodotto.
L’inflazione come tassa regressiva, colpisce di più famiglie fragili e territori più deboli
Il Rapporto individua nell’inflazione alimentare una vera e propria tassa occulta socialmente regressiva.
In una fase come quella attuale – commenta il Direttore Generale di Enpaia Roberto Diacetti – caratterizzata da un aumento strutturale dei prezzi dei beni alimentari e da una progressiva erosione del potere d’acquisto delle famiglie, è necessario uscire dalla logica della compressione delle retribuzioni e intervenire con decisione sul fronte dei redditi da lavoro, per sostenere i consumi interni e rafforzare la domanda. Come hanno già sottolineato autorevolmente Mario Draghi, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, senza una crescita dei salari reali diventa difficile immaginare uno sviluppo economico solido e duraturo. L’economia italiana ha bisogno di tornare a crescere su basi più robuste e inclusive, e ciò richiede politiche economiche espansive capaci di sostenere il reddito delle famiglie, rilanciare i consumi e ridare slancio al sistema produttivo, evitando che l’inflazione continui a tradursi in un freno strutturale allo sviluppo.
Nel periodo analizzato la spesa alimentare nominale delle famiglie cresce del 14,4%, ma a fronte di un’inflazione del 26,1% per i prodotti non lavorati e del 21,5% per quelli lavorati. A parità di spesa, le famiglie acquistano quantità inferiori di cibo.
L’effetto è particolarmente marcato per le famiglie con minore capacità di spesa, che destinano all’alimentare oltre un quarto del proprio budget, contro meno del 15% delle famiglie più abbienti. Le famiglie del quintile più basso, a fronte di un aumento nominale della spesa del 15,4%, hanno dovuto affrontare rincari dei prezzi superiori al 25%, con una riduzione netta delle quantità acquistate. Non a caso, l’88,5% degli italiani dichiara oggi di affrontare la spesa alimentare con un approccio prudente, cercando di contenere gli acquisti e di risparmiare ove possibile.
La qualità dell’alimentazione diventa una variabile sociale
Dai dati emerge che la compressione dei consumi non riguarda solo le quantità, ma incide direttamente sulla qualità dell’alimentazione. Le famiglie con redditi più bassi e medi sono costrette a rivedere la composizione del carrello, rinunciando più frequentemente agli alimenti freschi e non lavorati, che sono anche quelli maggiormente colpiti dall’inflazione.
Il Rapporto segnala così una frattura crescente: l’accesso a un’alimentazione sana e coerente con la dieta mediterranea tende a diventare sempre più una variabile legata alla condizione economica, con potenziali effetti di lungo periodo sulla salute pubblica e sulla coesione sociale.
Il paradosso italiano patrimonio culturale per l’Unesco, dieta sempre meno accessibile per le famiglie
Il Rapporto mette infine in evidenza un paradosso strutturale: mentre la cucina italiana viene riconosciuta come Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità, una parte crescente della popolazione italiana fatica a permettersi gli alimenti che ne costituiscono la base quotidiana.
La dieta mediterranea resta un riferimento culturale, sanitario e identitario fortemente condiviso, ma i dati mostrano che sta diventando sempre più distante dalla concreta possibilità di spesa delle famiglie. Un paradosso che intreccia economia, salute e cultura e che pone una questione di sostenibilità sociale di uno degli elementi più distintivi dello stile di vita italiano.

