Sindacalista di lungo corso, Antonio Castellucci è stato da poco nominato Reggente della Fai Cisl nazionale. In passato è stato capo lega comunale nella Fisba (oggi Fai), Segretario Generale della Fai Cisl Taranto, della Fai Cisl Taranto Brindisi, della Cisl Taranto Brindisi. Dal 2020 è Segretario Generale della Cisl Puglia.
Come ha vissuto queste prime settimane alla guida della Federazione?
In parte le ho vissute come un ritorno a casa, visto che il mio percorso formativo e politico è maturato nella categoria prima ancora che nella dimensione confederale territoriale e poi regionale pugliese. Si tratta, peraltro, di realtà in cui il lavoro agricolo è tradizionalmente centrale sia dal punto di vista economico che sociale. Oggi non posso che guardare con onore a questo incarico nazionale conferitomi dalla Cisl: lo sto esercitando con il massimo impegno e con tutta la responsabilità che questo ruolo comporta.
Il suo arrivo in Federazione arriva in un momento turbolento, in cui il settore agroalimentare è alle prese con diversi dossier. Che idea si è fatto delle mobilitazioni contro i tagli alla Pac?
Le preoccupazioni sulla Pac sono condivisibili. È vero che dopo i tagli annunciati, la Commissione Ue ha fatto marcia indietro confermandola come pilastro centrale nel prossimo bilancio europeo, ma al netto della possibilità di anticipare 45 miliardi, restano comunque complessivamente diverse preoccupazioni. Si prospetta un passaggio dai 378 miliardi della Pac 2021-2027 a 293,7 miliardi per il 2028-2034, più una riserva di 6,3 miliardi in caso di crisi.
Per questo contiamo su un negoziato costante e trasparente tra istituzioni e parti sociali. Non possiamo dimenticare che le risorse rivolte al settore primario sono un elemento fondativo dell’Unione Europea, e che in questi anni hanno garantito sviluppo e occupazione, autonomia alimentare, messa in sicurezza dei territori, tenuta sociale e, in generale, la difesa di un comparto che resta centrale nell’economia europea. Vanno implementati questi aspetti qualitativi delle risorse usate, non basta soffermarsi sul tema della quantità.
Cosa può proporre il sindacato?
Le proposte, in questo contesto, richiedono elaborazioni nell’ambito delle interlocuzioni unitarie con l’Effat, con le parti datoriali, con le istituzioni. Comprendiamo che il contesto internazionale imponga certe scelte all’Europa, ma la posta in gioco è alta e riguarda i salari e le tutele dei lavoratori, la produttività delle imprese, il riscatto delle zone interne e delle comunità rurali e la sicurezza alimentare. Sarebbe devastante rinunciare alla qualità del lavoro e alle tutele sociali.
La condizionalità sociale, ad esempio, che vincola i fondi europei al rispetto delle norme e all’applicazione dei contratti, è una conquista storica per l’agricoltura europea. Invece nella proposta di riforma presentata a Bruxelles a luglio scorso si parlava di ridurne l’applicabilità solo alle imprese sopra i 10 ettari, oppure di eliminarne l’applicazione laddove un’azienda sia già sanzionata. Ma in un sistema di imprese così frammentato come quello europeo, non ci sembrano soluzioni positive, si finirebbe piuttosto per semplificare la vita di chi fa concorrenza sleale. Puntiamo semmai a distinguere chiaramente ruoli e funzioni dei diversi meccanismi sanzionatori, per evitare sovrapposizioni dannose e per garantire la dovuta protezione ai lavoratori.
Non dobbiamo mai dimenticare che al centro, anche in agricoltura, c’è il lavoro di italiani e migranti che sono in tanti casi, in tutto il Paese, costretti a fare i conti col lavoro nero, col caporalato, in condizioni spesso disumane che non possono essere tollerate, né tantomeno giustificate con l’arretratezza e le distorsioni economiche che caratterizzano alcuni segmenti del settore primario.
Altro tema molto discusso è quello degli accordi commerciali internazionali, come quello Ue-Mercosur.
Il trattato, come prevedibile, si è mostrato divisivo. Anche all’interno dell’agroalimentare le sensibilità sono differenziate. La maggior parte del mondo agricolo, teme una concorrenza sleale, anche perché gli standard produttivi sono molto diversi e la nostra agricoltura è molto diversa dai Paesi del Mercosur, grandi produttori ad esempio di grano, carne bovina e suina, pollame, soia, zucchero. Parte del settore vitivinicolo, da parte sua, sarebbe favorevole e non vede di buon occhio lo stop al trattato. Poi c’è tutto il mondo della cooperazione e dell’industria alimentare, che in questi anni ha dimostrato di saper stare sui mercati globali esercitando una forte leadership.
Va inoltre ricordato che l’Italia è autosufficiente esclusivamente per le produzioni di ortofrutta, vino e prodotti di carne avicola. Del resto, in Europa oltre il 70% della produzione agricola è destinata all’industria di trasformazione. Il rischio concreto è che l’inasprimento delle barriere agli scambi, anziché tutelare l’agricoltura, finisca per indebolirla, rendendola paradossalmente più dipendente dagli aiuti pubblici e meno capace di competere in mercati che sono ormai strutturalmente internazionali.
È chiaro che le transizioni che stiamo affrontando sono epocali anche sul versante dell’occupazione. Mi pare che l’Europa faccia bene ad aprirsi a nuovi mercati, soprattutto davanti a un contesto internazionale sempre più in bilico tra guerre dei dazi, nuovi imperialismi economici e militari, rigurgiti nazionalisti. Secondo la Commissione sono in ballo vantaggi per circa 80 miliardi. Sono opportunità che dobbiamo saper cogliere con regole concorrenziali e controlli adeguati, non limitandoci ad approcci esclusivamente difensivi ma senza mai dimenticare che vanno salvaguardate condizioni di vita e di lavoro dignitosi su tutta la catena del valore, evitando situazioni insostenibili di lavoro povero e illegali per stranieri ed italiani e contrastando l’italian sounding.
Sono condivisibili le mobilitazioni degli agricoltori?
Come Fai Cisl credo sia fondamentale mantenere la nostra autonomia, all’interno di un quadro Confederale, giudicare nel merito, non prestare il fianco ad alcun populismo, ad alcuna forma di violenza. Le preoccupazioni alla base delle mobilitazioni si basano sul legittimo timore che l’accordo non sia caratterizzato dalla necessaria reciprocità negli standard produttivi, sociali, disciplinari. Sono temi che vanno verificati e affrontati, l’Europa non può restare ferma di fronte agli stravolgimenti di cui accennavo prima.
In questi anni l’Unione ha giustamente investito sul benessere animale, sulla drastica riduzione di fitofarmaci e antibiotici, la proibizione degli ormoni della crescita negli allevamenti e, infine, punto per la Fai Cisl più importante, sulla condizionalità sociale che lega i finanziamenti alla tutela dei lavoratori; questo può elevare i costi per i produttori, ma le soluzioni non vanno trovate al ribasso, ad esempio riducendo la portata della clausola sociale. La sfida si vince all’esatto opposto: puntando sull’innalzamento dei controlli, degli standard produttivi, della qualità e sicurezza del lavoro. Solo così, e lontano da velleitarie suggestioni protezionistiche, saremo in grado di cogliere le enormi potenzialità di questo e di altri accordi, come quello siglato tra Ue e India.
Dopo le proteste degli agricoltori, il Parlamento europeo ha inviato il testo alla Corte di giustizia europea. Il vostro punto di vista?
Ci sono stati passi in avanti perché sono state introdotte alcune clausole di salvaguardia per la tracciabilità dei prodotti e per monitorarne quantità e prezzi. Il messaggio, anche politico, inviato dall’Europa, è positivo, perché regolamentare i commerci anziché imporre solo dazi come ha fatto Trump è una presa di posizione importante. Però mancano ancora alcuni aspetti che riteniamo fondamentali, come la reciprocità in materia di lavoro: servono clausole che diano garanzie su sicurezza e salute dei lavoratori, orari e salari adeguati, ruolo della contrattazione. Auspichiamo che la Corte di giustizia tenga in considerazione anche questi aspetti, saranno determinanti per migliorare l’accordo nei suoi passaggi successivi. Sono principi da affermare anche negli altri accordi.
Tra le priorità rivendicate dalla Fai Cisl a inizio 2026 ci sono state la lotta al caporalato e alle drammatiche condizioni dei braccianti nei ghetti. Su quale altro punto intende concentrare l’azione del sindacato?
Caporalato e ghetti sono al primo punto, sono una vergogna inaccettabile, ma le sfide sono tante e vanno affrontate insieme, con pragmatismo, impegnando le istituzioni e le imprese, nella logica del Patto Sociale, ascoltando i territori, i lavoratori in primis nello spirito della partecipazione, della contrattazione, della responsabilità e della concertazione. Penso al mercato del lavoro: le imprese agricole lamentano spesso mancanza di manodopera mentre quelle dell’industria faticano a intercettare giovani e nuove professionalità. È chiaro che soltanto valorizzando la bilateralità e riequilibrando con la contrattazione i tempi di vita, lavoro, formazione, potremo investire sulle competenze e sul dovuto ricambio generazionale.
Non meno importanti, saranno gli interventi sulla sicurezza e la salute, perché nei nostri settori, nonostante i progressi, rimangono alti gli eventi infortunistici, spesso mortali, e le malattie professionali.
Come categoria agroalimentare e ambientale, inoltre, non possiamo trascurare il grave inverno demografico che mette in crisi intere aree interne, in via di abbandono, e tanti aspetti del nostro welfare. In questo senso, anche il ruolo dell’Enpaia rimane fondamentale. In questi anni l’ente si è affermato come casa del lavoro agricolo, che custodisce il Tfr dei lavoratori e investe in economia reale, sulle filiere agroalimentari, per cui sarebbe positivo estenderne il ruolo anche alla previdenza complementare, sarebbe un’evoluzione in linea con i cambiamenti che vivremo da qui ai prossimi decenni.
a cura di Rossano Colagrossi

