Il decreto 172 del 28 aprile ’26 del governo sul caporalato digitale parla anche alla terra. ENPAIA e quei tre anni di anticipo sulla legalità.
Mentre il Governo introduce nuove norme contro lo sfruttamento algoritmico, emerge con chiarezza che chi ha investito nella formazione e nella trasparenza del lavoro agricolo aveva già visto il futuro: un campo minato dove gli interessi sono forti, e dove la legalità è l’unica bussola possibile.
di Michele Bungaro
Roma – C’è un filo che unisce il mondo dei rider alle campagne italiane. Un filo sottile, quasi invisibile, ma resistente come l’acciaio: si chiama sfruttamento. Cambiano gli strumenti — un algoritmo, un caporale, un’app, un furgone — ma la logica resta la stessa. E quando il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto che introduce misure contro il caporalato digitale, quel filo si è illuminato, rivelando una mappa che molti fingevano di non vedere.
Da quasi tre anni, ENPAIA lavora su quel terreno scivoloso. Lo fa con un approccio che non è solo tecnico, ma culturale: portare la legalità dentro il racconto del lavoro agricolo, formare i giornalisti, dare strumenti per leggere ciò che spesso resta nascosto tra i filari, nei magazzini, nei turni impossibili, nelle filiere che si allungano fino a diventare irriconoscibili.
È un lavoro che ha richiesto coraggio. Perché il caporalato — digitale o tradizionale — non è solo un reato: è un sistema di potere. Da una parte ci sono interessi economici enormi, dall’altra esseri umani ridotti a forza lavoro intercambiabile, a volte invisibile, spesso ricattabile.
In mezzo, chi prova a raccontare, a denunciare, a spiegare. Fondazione ENPAIA ha scelto di stare in mezzo. E lo ha fatto quando ancora non era di moda parlare di “algoritmi che sfruttano”, quando il tema del caporalato digitale sembrava confinato alle consegne urbane, e quando il lavoro agricolo veniva raccontato più per tradizione che per diritti.
I corsi di formazione per i giornalisti — organizzati in tutta Italia, con centinaia di partecipanti — hanno costruito un lessico nuovo: tariffe, filiere, welfare, sicurezza, dati, diritti, trasparenza.
Hanno mostrato che il lavoro agricolo non è un mondo a parte, ma un laboratorio anticipatore delle distorsioni del mercato del lavoro. Hanno spiegato che il caporalato non è un fenomeno marginale, ma un’ombra lunga che si adatta, muta, si digitalizza.
E oggi, mentre il decreto introduce verifiche di identità, trasparenza algoritmica, presunzione di subordinazione in caso di eterodirezione digitale, emerge un dato che non ha bisogno di enfasi: chi ha investito nella legalità quando nessuno guardava, oggi non rincorre il cambiamento: lo guida.
Il lavoro agricolo è sempre stato un campo minato. Non per chi lo coltiva, ma per chi prova a difendere i diritti di chi lo coltiva. Perché dove c’è sfruttamento, c’è sempre qualcuno che ci guadagna. E dove c’è legalità, c’è sempre qualcuno che si sente minacciato.
Ma la legalità ha una forza che nessun algoritmo può oscurare: fa vedere ciò che altri preferirebbero tenere nell’ombra. E questo, in fondo, è il cuore del lavoro di ENPAIA: illuminare. Illuminare le filiere, le condizioni, i numeri, le storie. Illuminare ciò che non si vede, perché solo ciò che si vede può essere cambiato.
Il decreto del Governo è un passo. Il lavoro di ENPAIA è già un cammino. E quando un passo incontra un cammino, nasce una direzione. Una direzione che ha un nome semplice e antico: dignità del lavoro.

