Roma 1° e 2 luglio 2026 – L’acqua come nuova grammatica della sovranità. Se si dovesse immaginare l’arma decisiva per garantire la stabilità di un Paese, la mente correrebbe a eserciti, cyber-sicurezza, mercati finanziari. E invece, come emerge dai documenti dell’Assemblea ANBI 2026, l’errore più grave sarebbe ignorare ciò che scorre nei fiumi, evapora dalle dighe, alimenta le falde e arriva fino al rubinetto di casa. L’acqua, oggi, è sovranità.
Il saluto istituzionale che ha aperto i lavori lo afferma senza esitazioni: “L’acqua è il nuovo perimetro della sovranità nazionale.” Una frase che ribalta decenni di percezioni. La sovranità non è più solo confine, esercito, dogana. È la capacità di governare una risorsa che non riconosce confini, che scorre, evapora, ritorna, si sposta. Una risorsa che, se manca, non rallenta semplicemente l’economia: fa collassare l’intero sistema sociale.
L’Assemblea ANBI 2026 nasce proprio da questa consapevolezza: l’acqua è sicurezza, sviluppo, diplomazia, coesione territoriale. È l’infrastruttura zero, quella senza la quale nessuna altra infrastruttura – economica, sociale, previdenziale – può reggere.
E in questo scenario, ANBI non è più un soggetto tecnico che “regola le chiuse”. È un attore geopolitico, custode di una rete capillare di canali, idrovore, casse di espansione, dighe: il sistema cardiocircolatorio del territorio italiano. Senza questa rete, intere pianure produttive sarebbero paludi o deserti. Con questa rete, l’Italia può ambire a un ruolo di leadership nel Mediterraneo.
La prima giornata: innovazione, sicurezza, diplomazia – La prima giornata si apre con la parte tecnica: bilancio, bilancio di coerenza, modifiche statutarie. Ma il passaggio chiave è l’intervento di Roberto Diacetti, direttore generale di ENPAIA, con un titolo che è già un manifesto: “Il modello italiano dell’acqua: sicurezza, lavoro, previdenza. Un asset da esportare.” La presenza di ENPAIA non è ornamentale. Le note strategiche lo chiariscono: “Non è un ospite, ma un pilastro del sistema Paese.” Il messaggio è potente: la stabilità previdenziale di centinaia di migliaia di lavoratori agricoli dipende dalla stabilità idrica. Se manca l’acqua, i raccolti saltano, le filiere si fermano, i contributi previdenziali si interrompono. L’acqua, dunque, finanzia indirettamente lo Stato sociale. Prima di lui saluti istituzionali di Francesco Nazzaro, capo dipartimento della Città Metropolitana di Roma, Maria Spena, presidente del Comitato One Water e Fabrizio Curcio, commissario straordinario di Governo.
Innovazione che protegge e produce – Nel pomeriggio si entra nel cuore tecnico: Almaviva BlueBt, Autorità di Bacino, Confagricoltura movimenti per l’acqua. È la sessione dei dati, dei modelli, delle tecnologie che riducono dispersioni, prevengono alluvioni, garantiscono irrigazione di precisione. È la fase in cui l’Italia mostra ciò che sa fare “in casa”.
Accanto ai vertici tecnici, la sessione ha visto un fronte istituzionale di grande peso politico: Francesco Battistoni e Stefano Vaccari, rappresentanti della Camera dei Deputati, hanno richiamato la necessità di norme più rapide e più aderenti alla nuova geografia idrica del Paese. Franco Masenello, alla guida di Almaviva BlueBit, ha mostrato come la digitalizzazione possa ridurre dispersioni e anticipare gli eventi estremi. Nicola Gherardi, in rappresentanza di Confagricoltura, ha riportato la voce delle imprese agricole, quelle che ogni giorno misurano sul campo gli effetti della crisi idrica.
In questa stessa sessione è arrivato anche un segnale istituzionale di grande peso operativo. Nel corso del panel è stato infatti sottoscritto un Protocollo d’Intesa tra il Dipartimento della Protezione Civile con Fabio Ciciliano, l’ANBI, l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Centrale e quella dell’Appennino Settentrionale. L’accordo rafforza la collaborazione su prevenzione, monitoraggio e gestione dei rischi legati a siccità, alluvioni, frane ed eventi costieri, mettendo in rete dati, competenze e tecnologie. Una sinergia che traduce in pratica la missione dell’innovazione: costruire strumenti che proteggono i territori e rendono il Paese più resiliente di fronte ai cambiamenti climatici.
L’acqua coltiva la pace Il programma compie un salto concettuale: dalla scienza alla geopolitica. Con Vincenzo Gesmundo, Segretario Generale di Coldiretti, Luciano Fontana Direttore del Corriere della Sera e Francesco Vincenzi, presidente di ANBI si è discusso di diplomazia dell’acqua nel Mediterraneo. La tesi è chiara: l’acqua può essere causa di conflitto, ma può diventare strumento di pace se accompagnata da tecnologia, cooperazione e know‑how.
In questo quadro, l’intervento di Vincenzo Gesmundo ha rappresentato uno dei momenti più netti e più politici dell’intera Assemblea. «L’acqua è la vera emergenza nazionale: può creare pace, ma la sua assenza genera già oggi conflitti, desertificazione e danni irreparabili.» Il riferimento alla Sicilia è un pugno nello stomaco: allevatori costretti ad abbattere capi selezionati perché non c’è acqua per abbeverarli. È il simbolo di un Paese che ogni anno riceve 300 miliardi di litri di pioggia e ne trattiene appena il 10%, contro il 20–30% di Francia e Spagna.
Gesmundo ribalta la retorica delle grandi opere: la priorità non sono le cattedrali nel deserto, ma la cantierabilità reale di migliaia di piccoli invasi aziendali, indispensabili per garantire autosufficienza idrica all’agricoltura e ai territori. «Senza cantieri, i piani restano sulla carta e i cittadini continuano ad aprire rubinetti da cui non arriva acqua.»
Accanto alle infrastrutture, indica un secondo pilastro: i controlli sulle filiere. Grano, olio, produzioni strategiche. Le tecnologie esistono — mappa isotopica, risonanza magnetica — ma devono avere piena validità probante nei tribunali per contrastare truffe e miscele che sottraggono miliardi al settore primario.
Poi la fotografia economica: l’agricoltura contribuisce per 500 miliardi al PIL e dà lavoro a 4 milioni di persone. «Non è un settore sussidiato, è un pilastro del Paese.» Per crescere servono tre cose: indignazione verso le storture, capacità di cambiarle e strumenti per farlo. L’acqua è la prima di queste priorità: senza una gestione moderna, diffusa e cantierabile, il futuro dei territori e della sicurezza alimentare è a rischio. Le dichiarazioni di Gesmundo vengono riprese dal presidente Vincenzi che torna a ribadire la necessità di piccoli invasi cantierabili per la difesa delle filiere strategiche. Concetti che, pur espressi nel panel precedente, risuonano pienamente anche qui: la gestione dell’acqua è un tema di infrastrutture, ma anche di legalità, di trasparenza, di tutela del valore economico delle produzioni, ha affermato il presidente di ANBI.
La seconda giornata: coesione, territori, modello agricolo italiano – Il 2 luglio l’attenzione è tornata all’Italia, alle sue aree interne, ai territori che custodiscono la fonte stessa della risorsa idrica. Le montagne, i boschi, le colline sono le “cisterne naturali del Paese”. Se si abbandonano, si abbandona la prima linea di difesa contro siccità e alluvioni. Il PNRR, in questa prospettiva, non è assistenzialismo: è sicurezza nazionale.
La sessione mattutina coinvolge il Ministro per gli Affari Europei Tommaso Foti, il Sottosegretario all’Agricoltura Luigi D’Eramo, il senatore Giorgio Maria Bergesio, il Capo Dipartimento per il Sud Giosy Romano. È un mosaico istituzionale che racconta una verità semplice: senza territori interni curati, non esiste pianura produttiva; senza pianura produttiva, non esiste filiera agroalimentare; senza filiera, non esiste lavoro e senza lavoro, non esiste previdenza.
Accanto a loro, la voce dei territori è arrivata con Stefania Proietti, presidente della Regione Umbria, e Piero Comandini, presidente del Consiglio regionale della Sardegna: due regioni che vivono in prima linea gli effetti della crisi idrica. È stato ricordato che la coesione non è solo un tema territoriale, ma anche fiscale: senza investimenti stabili, la resilienza non si costruisce.
Il modello agricolo italiano come architrave del Paese – La sessione conclusiva riunisce Francesco Vincenzi, presidente di ANBI; i presidenti Ettore Prandini di Coldiretti e Cristiano Fini della CIA con il ministro Francesco Lollobrigida. È il patto di sistema: agricoltura, irrigazione, sicurezza alimentare, competitività globale. Tutti d’accordo sul fatto che: “il Made in Italy non si difende con gli slogan, ma con infrastrutture idriche perfette”. Le loro posizioni si sono immerse in temi di grande attualità: l’acqua come investimento, la difesa delle falde, la necessità di politiche basate su evidenze e non su percezioni. Concetti che trovano piena coerenza nel dibattito con le Istituzioni: la coesione territoriale è anche coesione idrica. L’intervento del Ministro Francesco Lollobrigida ha aggiunto la cornice politica e strategica a questo quadro. «L’acqua è indispensabile per l’agricoltura, l’agricoltura è centrale per la tutela dell’ambiente e l’ambiente è determinante per la gestione del clima», ha affermato. Una catena logica che restituisce all’acqua il ruolo di fondamento dell’intero sistema Paese.
Lollobrigida ha rivendicato la scelta del Governo di restituire una visione strategica al tema idrico, seguendo il modello virtuoso dei Consorzi di bonifica: soggetti capaci di individuare i bisogni dei territori, programmare gli interventi, progettare e realizzare opere prioritarie per il futuro delle prossime generazioni. Per superare la storica sovrapposizione delle competenze — che non seguendo i confini naturali dei bacini idrici ha generato disfunzioni e blocchi amministrativi — è stata istituita una Cabina di Regia interministeriale.
Il Ministro ha ricordato che 108 dei 253 progetti strategici presentati dai Consorzi fanno capo direttamente al Ministero dell’Agricoltura, a conferma della centralità del settore nella gestione della risorsa. E ha aggiunto un dato che fotografa l’urgenza: in Italia viene trattenuto appena l’11% dell’acqua piovana. «È evidente la necessità di intervenire con soluzioni e strumenti strutturali. Già oggi, attraverso la pulizia dei fondali delle dighe, potremmo incrementare del 30% la disponibilità d’acqua. La Cabina di Regia sta lavorando prioritariamente su questo.»
L’acqua, dunque, non è un costo: è un investimento che genera ritorni economici rapidi per le filiere agricole ed energetiche. Con questo concetto viene ribaltata una narrazione che per anni ha considerato l’irrigazione come un fattore di spesa e non come un moltiplicatore di valore.
L’assemblea di ANBI ha avuto il pregio di chiarire un punto spesso frainteso nel dibattito pubblico: i sistemi irrigui a scorrimento non disperdono risorsa, ma ricaricano le falde e garantiscono acqua potabile ai comuni di pianura. Le criticità ambientali non derivano dall’agricoltura, ma dall’assenza di depuratori nei territori. E che attribuire colpe al settore primario è una semplificazione che non aiuta nessuno e danneggia l’economia dell’intero Paese.
L’agricoltura, quindi, non “consuma” il 70% dell’acqua. La preleva, la utilizza e la restituisce, mentre una parte sarebbe comunque persa se non intercettata. Raccontare questi numeri è essenziale per costruire politiche basate su evidenze e non su percezioni. Dove l’uomo è stato costretto a lasciare le aree rurali, l’ambiente ha subito danni maggiori. Per questo serve una strategia condivisa che riconosca all’acqua il suo valore reale: una risorsa per tutta la collettività, non un tema di settore.
Il messaggio finale: l’acqua come tavolo del mondo – Lo sviluppo del dialogo si chiude con un paradosso che diventa rivelazione: l’acqua attraversa i confini che gli uomini disegnano. Non può essere il nuovo confine dell’Italia: può essere il nuovo tavolo del mondo. Un tavolo dove grandi e piccoli, Nord e Sud, Paesi ricchi e Paesi fragili si siedono non per spartire una risorsa scarsa, ma per costruire insieme una risorsa condivisa. L’Italia, con la sua storia idraulica, la sua tecnologia, la sua rete di consorzi, può essere l’architetto di questo tavolo.
L’Assemblea ANBI 2026 non è stata una fiera di settore o un bel convegno, ma la stesura di un manifesto: “Non stiamo parlando di acqua. Stiamo parlando del Paese.” E, aggiungiamo, stiamo parlando del mondo che verrà.
In questo quadro, la voce dei vertici dell’ANBI non arriva come un commento, ma come una diagnosi. Massimo Gargano, Direttore Generale, lo dice con una chiarezza che non ammette repliche. La sua metafora è semplice e devastante: “l’Italia non è un Paese senz’acqua: è un Paese che perde acqua. È come una casa che non crolla per un uragano, ma per una goccia che cade sempre nello stesso punto.” Gargano non parla di emergenze, ma di inerzie. Ricorda che i Consorzi hanno già dimostrato che piccoli interventi mirati possono generare risparmi idrici enormi, mentre miliardi di euro in progetti esecutivi restano fermi in attesa di decisioni politiche. La sua è una denuncia tecnica e insieme culturale: “l’Italia non può più permettersi di vivere in un clima del passato”. La geografia idrica del Paese sta cambiando più velocemente della politica, e questo – avverte – è il vero rischio sistemico.
Accanto a lui, il Presidente nazionale Francesco Vincenzi allarga lo sguardo. Se Gargano descrive la frattura, Vincenzi indica la direzione: «l’acqua non è un tema ambientale: è il primo indicatore di stabilità di un Paese. Dove l’acqua si ferma, si ferma tutto: l’agricoltura, l’industria, il lavoro, perfino la pace.» Per Vincenzi, la sfida non è più solo gestire la risorsa: «è governare la competizione che la circonda». Dai delta mediterranei che arretrano sotto la spinta del cuneo salino, ai data center dell’intelligenza artificiale che rischiano di sottrarre acqua alle campagne, fino alle filiere agroalimentari che devono reinventarsi per sopravvivere agli sbalzi termici: l’acqua è diventata il nuovo campo di battaglia della modernità. Ecco perché insiste su un punto che è diventato il cuore politico dell’Assemblea 2026: «L’acqua coltiva la pace solo se l’uomo impara a trattenerla.» Non è una frase suggestiva: è un programma. Significa infrastrutture, invasi, manutenzione, pianificazione, fondi di coesione. Significa evitare che l’Italia si spezzi tra territori che affogano e territori che bruciano. Significa, soprattutto, riconoscere che la sicurezza idrica è la nuova sicurezza nazionale.
A rafforzare ulteriormente il quadro della seconda giornata è arrivato l’annuncio sulla Zona Economica Speciale (ZES) Unica. “La ZES Unica rappresenta la dimostrazione plastica del superamento della storica distinzione tra aree costiere e aree interne, estendendo l’impatto economico all’intero territorio” – ha dichiarato Giuseppe Romano, Capo del Dipartimento per il Sud. Dal 1° marzo 2024 a oggi, sono state rilasciate 1.500 autorizzazioni uniche, pari a 58 miliardi di euro di investimenti e 65.000 posti di lavoro. Numeri resi possibili dalla semplificazione normativa e da un approccio che sceglie, tra i procedimenti legali, quello più rapido.
Il protocollo siglato con l’ANBI consolida questa sinergia istituzionale: monitorare gli strumenti ZES e valorizzare la risorsa idrica come attrattore di investimenti, soprattutto nell’agroalimentare. “Ora dobbiamo essere umilmente ambiziosi: l’obiettivo è superare il dogma che vuole le Zone Franche Doganali relegate solo ai porti, portandole anche nelle aree interne”, ha concluso Romano.
Il 2 luglio 2026 il caldo è quello di un’estate che non chiede permesso. L’aria vibra, le strade respirano affannosamente. E mentre la città si muove con la sua solita, antica lentezza per il caldo e per il traffico che non scorre e rende l’aria irrespirabile, dentro una sala gremita di ministri, tecnici, studiosi, agricoltori, dirigenti e diplomatici, l’ANBI ha avuto l’ambizione di provare a scuotere il modo in cui l’Italia guarda a sé stessa. E forse, in queste ore, ci è riuscita.

