Roma – C’è un’Italia che non si vede nei grafici macroeconomici, ma che pulsa sotto la superficie come una falda profonda: è l’Italia dell’acqua che sostiene i campi, protegge le città, alimenta l’energia e tiene insieme la coesione sociale. Un’Italia che non può più essere letta come un semplice settore, ma come l’infrastruttura invisibile che regge il futuro del Paese.
È questa la chiave di lettura che attraverserà l’Assemblea Nazionale ANBI del 1° e 2 luglio 2026, dove il mondo dei Consorzi di bonifica incontrerà istituzioni, imprese e investitori per definire la nuova architettura della sovranità idrica italiana.
L’Europa e la sfida della coesione: l’acqua come bene politico – Il primo segnale arriva dal quadro europeo, chiamato a riconoscere il valore strategico dell’agricoltura mediterranea e dei suoi equilibri idrici. Francesco VINCENZI, Presidente di ANBI, lo dice con chiarezza:
“Siamo in un passaggio storico. La gestione dell’acqua deve tornare al centro dell’agenda europea. L’agricoltura irrigua non è un costo, ma un fattore produttivo essenziale. L’acqua deve restare un bene di coesione, non un prodotto esposto alla speculazione. I Consorzi sono lo strumento più vicino ai territori per custodire la nostra casa comune.”
Una posizione che non è solo politica, ma culturale: riportare l’acqua nel perimetro dei beni strategici significa difendere la sovranità alimentare e la stabilità dei territori.
Cantieri, prevenzione e modernità: la forza operativa dei Consorzi – Se la visione è europea, l’azione è profondamente italiana. Nel pieno della crisi climatica, i Consorzi di bonifica stanno dimostrando una capacità di realizzazione che rappresenta un unicum nel panorama delle opere pubbliche.
Massimo GARGANO, Direttore Generale di ANBI, lo sintetizza così: “mentre il Paese affronta estati sempre più estreme, noi portiamo avanti centinaia di interventi per captare, trattenere e distribuire l’acqua. L’Assemblea di Roma mostrerà un’Italia che progetta, spende bene e realizza nei tempi. La prevenzione idrogeologica deve diventare una grande opera pubblica diffusa: è l’unico modo per garantire sicurezza e sovranità alimentare.”
La metafora è chiara: l’acqua non è solo una risorsa, è un’infrastruttura viva che richiede manutenzione continua, competenze tecniche e una governance capillare.
La nuova rotta: quando la finanza scopre l’acqua – La vera svolta dell’edizione 2026 è però l’ingresso strutturato della finanza privata. Non come sostituto del pubblico, ma come acceleratore di una trasformazione che richiede capitali pazienti e visione industriale. Dai bacini multifunzionali al fotovoltaico galleggiante, dalle reti irrigue intelligenti ai sistemi di accumulo, l’acqua diventa un asset capace di generare valore economico, ambientale e sociale.
Roberto DIACETTI, direttore generale di Fondazione Enpaia, manager di primarie aziende quotate in borsa ed esperto di investimenti istituzionali, lo definisce un cambio di paradigma: “l’infrastrutturazione idrica entra nei radar della grande finanza. Private equity e investitori istituzionali guardano con interesse crescente ai progetti che uniscono sostenibilità, prossimità e impatto reale. Investire nell’acqua significa puntare su asset tangibili, con rendimenti stabili e un impatto sociale enorme. L’incontro tra progettualità dei Consorzi e capitali privati può diventare il vero turbo della sovranità economica nazionale.”
È un messaggio che apre una stagione nuova: l’acqua come piattaforma di investimento, non più come voce marginale della spesa pubblica.
Verso il 1° luglio: l’Italia che vuole decidere il proprio futuro – Il conto alla rovescia è iniziato.
A Roma non si discuterà solo di irrigazione o di opere idrauliche: si discuterà del modello di sviluppo che l’Italia vuole darsi nei prossimi decenni. Un modello in cui l’acqua non è più un tema tecnico, ma la leva strategica che tiene insieme agricoltura, energia, sicurezza, finanza e coesione territoriale. L’acqua come respiro profondo del Paese. L’acqua come infrastruttura di futuro.

