Roma 22 giugno 2026 – C’è un’amarezza di fondo, quasi la noia di chi si trova a dover ripetere troppe volte le stesse verità inascoltate, nelle parole con cui Massimo Gargano, Direttore Generale dell’ANBI, apre il sipario sulla presentazione del nuovo Report Scenari Climatici dell’Osservatorio sulle Risorse Idriche. È il paradosso di un’Italia strutturalmente fragile, dove la risorsa più preziosa genera letture opposte a seconda di dove si posano gli occhi: da un lato l’Appennino e le aree interne che si spopolano, dall’altro coste sature di pressione antropica e aziende in fuga, attratte da condizioni operative apparentemente più semplici, ma esposte a un rischio idrogeologico che negli ultimi vent’anni è costato 3,5 miliardi di euro all’anno, a cui si sommano i 4 miliardi annui di danni sofferti dal comparto agroalimentare. «I danni superano di gran lunga gli investimenti per le soluzioni proposte», scandisce Gargano, ricordando come a fine giugno l’ANBI certificherà un risparmio di un miliardo e mezzo di metri cubi d’acqua grazie a piccoli investimenti mirati, a fronte di una mastodontica dotazione di 6,3 miliardi di euro in progetti esecutivi bloccati, pronti ma non finanziati.
Il problema, tuttavia, è guidato da una cabina di regia invisibile e globale: l’aumento globale delle temperature. Massimo Crespi, Climatologo e Presidente di Radarmeteo, sgombra il campo dalle scuse tecniche per tracciare la linea che ci separa dal 2050. Il motore del vecchio clima europeo – la circolazione atlantica che per secoli ha regolato l’equilibrio tra aria calda e aria fredda – è inceppato dall’amplificazione artica; il rassicurante anticiclone delle Azzorre è stato scalzato da un più aggressivo anticiclone africano, i cui effetti si palesano non solo nelle notti tropicali o nelle polveri desertiche sulle nostre auto, ma soprattutto nell’estremizzazione dei fenomeni. Se il nord sperimenta grandinate distruttive con chicchi di dimensioni mai viste, l’intero Paese affronta una drammatica contrazione del PIL legata alle infrastrutture. Il turismo invernale rischia il collasso per la scomparsa della neve, mentre le colture di pregio faticano a rispettare i disciplinari storici a causa di sbalzi termici insostenibili. Mancano i dati storici di monitoraggio strettamente climatico e, a complicare lo scenario globale, il 30% delle emissioni mondiali – riconducibili ai trasporti e alle filiere militari – resta invisibile ai protocolli internazionali per ragioni di sicurezza dello Stato.
È in questo panorama di instabilità che la fragilità si fa dramma geografico tangibile, e l’esperienza di Giorgio Piazza come Presidente di Deltamed (Associazione Delta del Mediterraneo) diventa la lente d’ingrandimento ideale per osservare gli effetti della crisi. I grandi delta fluviali del pianeta – dall’Ebro spagnolo al Nilo egiziano, fino al nostro Po – sono le prime sentinelle a cedere. Il Po oggi transita a Pontelagoscuro con appena un terzo della sua portata media storica. Senza la pressione dell’acqua dolce, il mare avanza indisturbato nel sottosuolo: è l’intrusione del cuneo salino, una piaga che compromette i potabilizzatori e minaccia l’agricoltura costiera. Piazza ricorda il caso del 2022, quando solo un intervento d’emergenza della bonifica nel Veneto Orientale riuscì a salvare la stagione idrica e turistica di Caorle – una realtà da un miliardo di euro di PIL – sbarrando le salse marine che risalivano il fiume Livenza. All’estero non va meglio: se in Catalogna l’Ebro resiste grazie a una gestione d’avanguardia degli invasi ma combatte contro l’insabbiamento delle dighe e l’erosione costiera, in Egitto si lavora disperatamente alla selezione di varietà di riso capaci di tollerare una salinità tripla rispetto al normale per non condannare alla fame il 90% della popolazione che vive sulle sponde del delta. Anche l’Adriatico, negli ultimi trent’anni, è cresciuto di 30 centimetri, trasformando i sollevamenti del Mose a Venezia da eccezioni a routine. Per questo Deltamed, insieme all’ANBI, sta promuovendo la candidatura dei “paesaggi di bonifica” a patrimonio immateriale dell’UNESCO: non per sterile celebrazione, ma per dare dignità politica e culturale a territori che richiedono una manutenzione preventiva per non scomparire.
A tirare le fila del discorso, unendo la concretezza dei canali alla visione geopolitica del futuro, è il Presidente nazionale dell’ANBI, Francesco Vincenzi. L’occasione della conferenza stampa serve anche a lanciare l’imminente Assemblea Nazionale di luglio, significativamente intitolata alla ricerca di un modello italiano che sappia coniugare “crescita, sicurezza e pace“. Perché l’acqua, ammonisce Vincenzi, sta uscendo dai confini della meteorologia per entrare di prepotenza tra le cause dei flussi migratori e dei conflitti geopolitici. E se storicamente i conflitti nascevano tra territori o usi tradizionali (agricoltura versus idroelettrico), il futuro riserva nuove e insospettabili competizioni: i data center dell’intelligenza artificiale, nuovi colossi energivori e soprattutto idrovori, rischiano di sottrarre acqua vitale alle campagne se non regolamentati da una pianificazione severa. La sfida del PNRR, che ha visto i Consorzi di bonifica primeggiare per puntualità nella consegna delle opere, deve trasformarsi da punto d’arrivo a punto di partenza per una nuova stagione di investimenti legati ai fondi di coesione. Il “Piano Invasi”, un reticolo di laghetti perfettamente integrati nel paesaggio e realizzati senza impatto ambientale, non può più attendere. Solo infrastrutturando il territorio e restituendo dignità alle aree interne si potrà evitare che l’Italia si spacchi in due, tra un Sud che fino all’anno scorso piangeva sangue per la siccità e un Nord che oggi guarda all’estate senza le necessarie riserve strategiche. L’acqua coltiva la pace, conclude Vincenzi. Ma solo se l’uomo impara, finalmente, a trattenerla.

