La Sala Giuditta Levato del Consiglio regionale della Calabria è uno di quei luoghi dove le parole non passano: restano. Non perché siano solenni, ma perché nascono da una ferita che non può essere ignorata. La ferita ha un nome: Amendolara. Quattro lavoratori chiusi in un’auto e bruciati vivi da un caporale per aver chiesto il salario dovuto. Un delitto che non appartiene solo alla cronaca, ma alla coscienza di un territorio. È da quella ferita che prende forma un corso di formazione dedicato al lavoro agricolo, alla legalità, alla terminologia giornalistica, ai nuovi equilibri globali. Un corso che non si limita a informare: pretende di trasformare.
Il Presidente del Consiglio regionale, Salvatore Cirillo, nel suo saluto ai partecipanti attraverso il suo portavoce, apre i lavori con una frase che non è un’introduzione, ma un posizionamento: “il lavoro agricolo è una risorsa vitale e va protetto garantendo legalità, dignità e diritti fondamentali. La tragedia di Amendolara non è un episodio isolato, ma un richiamo alla responsabilità delle istituzioni”. Le iniziative avviate dalla Giunta regionale e condivise all’unanimità dal Consiglio diventano il segno di una volontà politica che non vuole più limitarsi a reagire, ma a prevenire. Cirillo, attraverso il suo portavoce Francesco Chindemi, insiste su un punto che attraversa l’intera giornata: “raccontare questi temi con competenza è il primo passo per costruire una cultura del lavoro fondata sulle regole e sul rispetto della persona”.
Accanto alle istituzioni, il mondo dell’informazione. Il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria, Giuseppe Soluri, richiama la responsabilità della categoria: il modo in cui si racconta il lavoro agricolo, il caporalato, la povertà, la legalità, non è neutro. Una parola sbagliata può normalizzare l’ingiustizia, un titolo compiacente può trasformare la tragedia in spettacolo. Qui, invece, si chiede ai giornalisti di fare il contrario: di usare le parole come strumenti di verità, non come anestetici.
La Fondazione Enpaia porta un’altra dimensione, quella del welfare agricolo. Il Presidente Giorgio Piazza parla della “previdenza come architettura della fiducia di un Paese. Non un ingranaggio tecnico, ma una struttura che sostiene lavoro, imprese e famiglie”. I numeri della Fondazione – solidità patrimoniale, crescita degli iscritti, qualità degli investimenti – diventano segnali di stabilità collettiva. Piazza ricorda che “ogni scelta previdenziale è un patto tra generazioni: un patto che protegge il presente e prepara il futuro”.
Il corso entra nel vivo con l’intervento del Colonnello Marcello Robustelli, Comandante del Gruppo Carabinieri per la Tutela del Lavoro di Napoli. Le sue parole non sono opinioni, ma fatti. Nelle cinque regioni del Sud, migliaia di controlli, centinaia di aziende sospese, migliaia di lavoratori irregolari, centinaia in nero. In Calabria, oltre mille accessi ispettivi, centinaia di sospensioni, centinaia di lavoratori irregolari. Dietro ogni cifra, un volto, un campo, un turno di lavoro. Robustelli spiega che “la lotta al lavoro nero non è un capitolo amministrativo: è difesa della vita. E dopo Amendolara, questa frase non è retorica: è un argine”.
La Calabria agricola viene raccontata attraverso i dati di CREA e ISTAT. È una regione che produce qualità, biodiversità, eccellenze DOP e IGP. Olivicoltura, agrumi, orticoltura restano pilastri, mentre crescono frutta, legumi e vino. Ma sotto questa ricchezza si muovono fragilità: frammentazione fondiaria, micro imprese, difficoltà di accesso ai mercati, cambiamenti climatici, stress idrico, invecchiamento della popolazione agricola, dipendenza dalla manodopera straniera. Nel 2024, gli operai agricoli impiegati sono quasi 85 mila, in calo; le giornate lavorate diminuiscono; i lavoratori stranieri aumentano. È una fotografia che racconta una regione resiliente, ma esposta, dove la presenza di lavoro irregolare crea terreno fertile per il caporalato.
Massimo Fiorio, rappresentante del Ministero del Lavoro e componente del CdA di Enpaia, porta la discussione sull’agricoltura sociale. “La povertà globale non è una statistica, ma una frattura che attraversa le società”. In questo scenario, l’agricoltura sociale – riconosciuta dalla legge 141 del 2015 – diventa una risposta avanzata: fattorie che includono, percorsi di riabilitazione, formazione, accoglienza. Luoghi dove la terra non è solo produzione, ma cura. Fiorio ricorda che “l’agricoltura sociale è un argine alla marginalità e che la sfida dei prossimi anni sarà trasformare questo modello in politica strutturale”.
Fabrizio Stelluto, giornalista e responsabile della comunicazione di ANBI, porta la narrazione sull’acqua. “L’acqua non è infinita”, afferma. L’Italia trattiene meno del 10% dell’acqua che cade ogni anno. I cambiamenti climatici rendono le piogge estreme, i ghiacciai si sciolgono. Dispersioni idriche, fragilità infrastrutturali e assenza di un coordinamento nazionale diventano fattori critici. Stelluto richiama “il Piano Invasi di ANBI e la necessità di una cultura moderna dell’acqua. Senza acqua, il lavoro agricolo non esiste; senza infrastrutture adeguate, la legalità nei campi rischia di essere una promessa senza basi materiali”.
Giuseppe Peleggi, Direttore dell’Ufficio Studi e delle Rilevazioni Statistiche di Fondazione Enpaia, porta la discussione sul terreno dei dazi, dei choke points, dell’intelligenza artificiale. “L’AI – afferma Peleggi – è diventata la grammatica del mondo. Il commercio internazionale è un sistema nervoso fatto di sinapsi armate: Suez, Panama, Hormuz. Un intoppo e la filiera agroalimentare mondiale si inceppa”. La Calabria, con le sue produzioni, è dentro questa rete. Peleggi ricorda che il futuro “sarà un equilibrio dinamico tra progresso scientifico e responsabilità, tra circuiti e coscienza, con l’uomo che deve restare bussola mentre l’AI ridisegna il mondo”.
“Il filo rosso del corso è chiaro”, afferma Santa Giannazo, del Sindacato dei Giornalisti della Calabria, FNSI. Chiamare le cose con il loro nome. Dire “caporalato” non basta, se poi lo si descrive con parole che attenuano o normalizzano. “Bisogna dire, sottolinea ancora Giannazzo, sfruttamento, lavoro nero, intermediazione illecita, violenza, riduzione in schiavitù”. Bisogna raccontare il lavoro agricolo con sensibilità, precisione e responsabilità. “Welfare, legalità e tutele, ha poi concluso, non sono capitoli separati, ma parti di una stessa filiera equa”.
“La Calabria agricola resta un gigante fragile”, denuncia in chiusura Manuela Lacaria, coordinatrice di ARGA Calabria, associazione di specialità della FNSI, “ma questo percorso dimostra che può essere anche un laboratorio avanzato di legalità, welfare e informazione. Il lavoro vero non brucia. Brucia l’ingiustizia, brucia la violenza, brucia il caporalato. Se le parole sapranno raccontare questa differenza, forse la prossima volta – ha riferito Lacaria – non sarà un rogo a ricordarci quanto vale una giornata nei campi, ma una scelta politica, un controllo fatto bene, un contratto regolare, come bene operano i Carabinieri Tutela del Lavoro, una storia raccontata con onestà”.
In fondo, è questo il patto che si stringe ogni volta, che si parli di lavoro agricolo con verità e con la terminologia adeguata che ci viene indicata dal codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti: proteggere con la legalità per illuminare con la conoscenza.

