Viviamo un momento complesso, segnato dalle tensioni commerciali e dall’incertezza sulle politiche dei dazi, che hanno già inciso sull’export verso gli Stati Uniti, crollato del 21% ad agosto. Di fronte a questa situazione, credo che l’atteggiamento più corretto e utile sia quello di mantenere attenzione e pazienza. Le trattative non sono mai concluse, e lo abbiamo visto anche con l’Unione Europea: all’inizio le minacce sui dazi sembravano più gravi, poi grazie al dialogo si è giunti a soluzioni più equilibrate. È quindi ragionevole aspettarsi nuovi sviluppi che potrebbero riguardare anche prodotti agroalimentari di nostro interesse.
Inoltre, è bene ricordare che prima dell’entrata in vigore dei dazi vi era stata un’impennata delle importazioni da parte degli operatori americani, che avevano riempito i magazzini in previsione di scenari più negativi. Occorre quindi attendere che il sistema si riequilibri. Nel frattempo, rimane imprescindibile la promozione dei nostri prodotti, puntando sulla qualità, sulla salubrità e sull’unicità che contraddistinguono il Made in Italy. Non solo negli Stati Uniti: dobbiamo guardare con attenzione anche a nuovi mercati, soprattutto quelli emergenti, come la Cina o altri Paesi in via di sviluppo, dove si stanno affermando nuove classi borghesi interessate a prodotti di eccellenza.
Sul fronte della sostenibilità, la sfida per le nostre imprese è chiara: occorre coniugare competitività e rispetto dell’ambiente. Per riuscirci, servono scelte lungimiranti, non soluzioni di breve periodo. Penso, ad esempio, a una logistica moderna ed efficiente, a infrastrutture energetiche capaci di abbattere i costi che oggi penalizzano i nostri imprenditori, e a investimenti più forti nell’innovazione, non solo di prodotto – in cui siamo già leader – ma anche di processo. Dobbiamo continuare a distinguerci con alimenti autentici, lontani dalle logiche di cibi sintetici o ultraprocessati, che non fanno parte della nostra cultura né della nostra tradizione.
Per quanto riguarda l’accordo Mercosur, lo considero un’opportunità, ma con la consapevolezza che occorre garantire reciprocità nelle regole. Sono favorevole agli accordi perché abbattono barriere e aprono nuovi mercati, ma il rischio di concorrenza sleale è concreto. Non possiamo permettere che i nostri prodotti, frutto di normative severe e di un impegno costante per la qualità, vengano messi sullo stesso piano di alimenti ottenuti con minori garanzie ambientali o attraverso pratiche meno rigorose, come l’uso disinvolto di fitofarmaci o ormoni vegetali. La sostenibilità deve valere per tutti: solo così potremo trasformare questo accordo in un’occasione di crescita reale per il nostro agroalimentare.
Il ruolo della Fondazione Enpaia in questo scenario rimane centrale. La nostra missione primaria è quella di garantire un welfare solido e innovativo per agricoltori e allevatori, ma non solo: continuiamo a sostenere concretamente l’economia reale, investendo in filiere e progetti capaci di rafforzare il tessuto produttivo italiano. Penso, ad esempio, al nostro impegno accanto a Cassa Depositi e Prestiti per supportare realtà come la cooperativa Granarolo, che rappresenta un modello virtuoso di crescita, aggregazione e valorizzazione territoriale.
Proprio attraverso iniziative di questo tipo vogliamo continuare a difendere la qualità, la sostenibilità e l’occupazione, fornendo agli agricoltori e agli allevatori strumenti solidi per affrontare la concorrenza globale.

