A cura di MICHELE BUNGARO
Roma – La nuova legge elettorale è stata approvata. Il Parlamento ha chiuso il cerchio e, con un tempismo che somiglia più a un avvertimento che a un atto tecnico, ha rimesso in moto la macchina che potrebbe condurre il Paese alle urne, forse, nella primavera del 2027. In questo scenario, un tema che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato marginale, quasi tecnico, oggi emerge come una delle possibili faglie politiche del futuro: l’acqua.
Non l’acqua come metafora, non l’acqua come emergenza stagionale, ma l’acqua come infrastruttura nazionale, come fattore di sicurezza, come chiave di lettura della modernizzazione italiana. È questo il punto che Vincenzo Gesmundo, presidente di BF International, ha articolato messaggio molto chiaro che non lascia spazio a fraintendimenti: l’acqua è diventata politica. E lo è diventata in modo strutturale.
Secondo un’indagine demoscopica di SWG, citata dallo stesso Gesmundo, esiste un potenziale elettorale stimato intorno al 10% per una forza che interpreti l’acqua non come tema monotematico, ma come asse portante di un progetto Paese. Una percentuale che, letta con prudenza, non indica un partito già esistente, ma un’area di sensibilità politica che potrebbe trovare rappresentanza. È un dato che non va sopravvalutato, ma neppure ignorato: quando un tema tecnico diventa un tema identitario, la politica tende a seguirlo.
La ragione è semplice: l’acqua è oggi il punto di intersezione di tutte le fragilità italiane. Incrocia l’agricoltura e le filiere alimentari, l’industria energivora e la logistica, la sicurezza idrogeologica e la coesione territoriale, la gestione dei data center e la trasformazione digitale. È la risorsa che misura la distanza tra Nord e Sud, tra aree interne e coste, tra territori resilienti e territori esposti. È la cartina di tornasole della capacità dello Stato di prevenire, programmare, proteggere.
In questo quadro, parlare di un “partito dell’acqua” non significa immaginare un movimento monotematico, ma riconoscere che l’acqua è diventata una piattaforma politica trasversale. Una piattaforma che potrebbe aggregare agricoltori, imprese della trasformazione, amministratori locali, comunità colpite da siccità o alluvioni, cittadini sensibili alla sostenibilità. Non un partito tradizionale, ma una forza civica, tecnica, territoriale: un soggetto che usa l’acqua per ridefinire le priorità del Paese.
La nuova legge elettorale, appena approvata, rende questa riflessione più urgente.
Ogni volta che l’Italia si avvicina a una tornata elettorale, i temi che sembrano periferici diventano improvvisamente centrali. E l’acqua, oggi, non è più periferica: è un indicatore di stabilità nazionale. È la linea di galleggiamento della Repubblica. Se scende, tutto il resto affonda: filiere produttive, investimenti, territori, sicurezza, competitività.
Il messaggio che arriva dal mondo agricolo e industriale – e che Gesmundo ha sintetizzato con chiarezza – è che l’acqua non è un capitolo dell’ambiente, ma un capitolo dell’economia. Non è neanche un tema di settore, ma è di sistema; quindi da un problema da gestire, si trasforma in una strategia da costruire.
In vista della prossima chiamata alle urne, in primavera o alla naturale scadenza in autunno, questo potrebbe diventare un discrimine politico: non tanto “chi promette più acqua”, ma chi è in grado di costruire una visione nazionale dell’acqua. Una visione che tenga insieme infrastrutture, innovazione, tutela dei territori, competitività delle filiere, sicurezza idrogeologica, modernizzazione amministrativa.
Una sorta di “avviso ai naviganti” molto chiaro: l’acqua non è più un tema che scorre sotto traccia. È un tema che può spostare consenso, orientare programmi, ridefinire priorità. E in un Paese che si prepara a votare, ignorarlo sarebbe un errore strategico.

