I prodotti agroalimentari italiani restano al centro di interessi diffusi, dai consumatori ai produttori passando per gli investitori istituzionali come la cassa di previdenza del settore agricolo.
E’ quanto emerge dalla Relazione annuale della Fondazione Enpaia presentata ieri al Senato.
Dalla Relazione, spiega infatti il Presidente di Enpaia Giorgio Piazza – saltano agli occhi soprattutto tre elementi: “il valore dei prodotti nostrani per i consumatori italiani; la centralità dei produttori per la Fondazione Enpaia, non solo sotto il profilo delle tutele di welfare in senso ampio garantite ai nostri iscritti; ed il ruolo della filiera agroalimentare come asset finanziario per gli investitori istituzionali e al contempo come volàno per l’economia nazionale sia sul mercato interno che su quelli esteri”.
Enpaia, sottolinea il Direttore Generale della Fondazione Roberto Diacetti , forte di un solido bilancio che nel 2025 ha fatto registrare un avanzo di oltre 27 milioni di euro ed un patrimonio in crescita, che prevede di replicare anche per l’anno in corso, continua a procede con regolarità con una politica di investimenti mission related a sostegno soprattutto delle aziende italiane del settore primario. E dopo l’ingresso nel capitale di Masi Agricola (produttore del famoso Amarone della Valpolicella), di BF (la più grande azienda agricola italiana), di Granarolo (l’unico grande player del settore lattiero-caseario italiano dopo l’esportazione di Parmalat oltralpe) e di Granterre (tra le primarie aziende produttrici di salumi e formaggi) puntiamo ad ampliare ulteriormente il carnet di partecipazioni in aziende del settore primario.
L’obiettivo della Fondazione, oltre a quello di garantire la solidità delle aziende Italiane (e di conseguenza quella della propria base contributiva) è anche quello di sostenere l’intera filiera, come nel caso di Granarolo che nel corso del tempo ha acquisito piccole realtà produttive di eccellenza nel settore lattiero-caseario come Croce di Magara in Calabria, Padda in Sardegna e Lattemaremma in Toscana). Ed è qui che si lega la strategia degli investimenti della Fondazione con la domanda di prodotti alimentari di alta qualità da parte degli italiani certificata dai dati della Ricerca Enpaia-Censis sui “Consumi alimentari degli Italiani”, dalla quale emerge che se da una parte il 93% degli italiani considera il mangiare sano un investimento sulla salute e oltre il 90% lo ritiene un’esigenza irrinunciabile, dall’altra ci sono molte famiglie con rediti bassi che devono rinunciare al made in Italy a causa dell’aumento dei prezzi.
Tra il 2021 e il 2025 – secondo la Ricerca – l’indice generale dei prezzi è salito del 17,1%, mentre quello dei prodotti alimentari è cresciuto del 26,6%. Un’accelerazione che continua a produrre effetti negativi sui consumi, poiché il caro-alimentari è ormai strutturale, nonostante l’88 degli italiani individui nelle abitudini alimentari nazionali, fondate su varietà e tradizione, il modello più affidabile per nutrirsi correttamente e oltre il 91% ritiene essenziale trasmettere queste pratiche alle nuove generazioni. La convinzione è così radicata che oltre nove italiani su dieci giudicano imprescindibile poter accedere a cibo sicuro e salutare, respingendo l’idea di standard più bassi in cambio di prezzi più contenuti. La filiera agroalimentare italiana, dunque, viene percepita come la principale garanzia di qualità.
Il nodo che frena i consumi delle famiglie è costituito dal fatto che l’inflazione funziona come una tassa regressiva, colpisce tutti, ma parte dal basso e risale la scala sociale. Nel complesso delle famiglie la spesa nominale per alimentari cresce del 14,4%, ma i prezzi aumentano del 26,1% per i prodotti non lavorati e del 21,5% per i lavorati. Insomma con la stessa cifra si portano a casa meno prodotti per la tavola.
Tra le famiglie con minore capacità di spesa l’effetto è ancora più evidente. A fronte di un aumento del 15,4% della spesa alimentare queste devono assorbire rincari superiori al 25%. I quintili intermedi registrano incrementi della spesa tra l’11% e il 12%, ancora una volta insufficienti a tenere il passo dei prezzi.
Il peso dell’alimentare nei bilanci domestici racconta meglio di ogni altra cifra la portata sociale del fenomeno. Le famiglie economicamente più fragili destinano al cibo il 25,4% della spesa complessiva; la quota scende progressivamente fino al 14,8% tra i più abbienti. Non sorprende quindi che quasi una famiglia su due tra i redditi bassi (il 47,2%) dichiari una riduzione della propria capacità di spesa.
Anche la geografia conferma la natura diseguale dell’inflazione. Nel periodo 2021-2025, secondo i dati della ricerca Enpaia-Censis, i prezzi alimentari crescono del 23,3% nel Nord-Ovest, del 26,6% nel Nord-Est e del 27,3% al Centro, fino a toccare il 29% nel Sud e il 28,6% nelle Isole. Dunque è nelle aree economicamente più fragili che il caro-cibo incide di più.
Le conseguenze di questa corsa pazza dei prezzi si avvertono ovviamente anche nella struttura del commercio. Tra il 2021 e il 2024 il volume delle vendite al dettaglio cala del 6,9% nell’alimentare, mentre in valore cresce del 12,5%. Si paga di più portando a casa meno prodotti. La ricerca di prezzi più competitivi premia la grande distribuzione, che registra un aumento del valore delle vendite del 15,6%, mentre le piccole superfici si fermano al +3,9% e restano le più esposte alle chiusure.
Inoltre emerge un altro paradosso. Nel decennio 2014-2024 il potere d’acquisto delle famiglie per persona cresce del 7,9%, ma le retribuzioni reali per dipendente diminuiscono del 3,3%. A sostenere i bilanci è l’aumento dell’occupazione, più persone lavorano e più redditi entrano in casa, compensando stipendi individuali più deboli. Un adattamento che però non riporta il Paese ai livelli precedenti alla crisi. Rispetto al 2007 le retribuzioni lorde pro-capite restano inferiori dell’8,7% e il potere d’acquisto del 6,1%.
Il risultato è un equilibrio fragilissimo. L’Italia continua infatti a guardare al periodo pre-2008 come a una stagione di maggiore capacità di spesa, ma dopo aver assorbito nel 2002 una vera e propria stangata inflattiva che si è scaricata sui redditi fissi con il raddoppio dei prezzi al momento del change-over lira/euro derubricata come “inflazione percepita” dall’Istat. E se si fanno due conti con il calendario alla mano, si capisce perché l’economia italiana è in asfissia da oltre un trentennio con qualche sporadica puntata sopra i decimali ascrivibile più alla fortuna che non a politiche economiche, fiscali e salariali ponderate.
Dentro questa tensione trentennale si ridefinisce anche il rapporto tra italiani e alimentazione: da un lato la convinzione che nutrirsi bene sia parte integrante della tutela della salute, dall’altro la necessità quotidiana di far quadrare i conti. La dieta mediterranea resta un modello condiviso, ma la rincorsa dei prezzi rischia lentamente di trasformarla in un privilegio più che in un’abitudine diffusa. Una frattura silenziosa che attraversa redditi, territori e stili di vita e che passa, ogni giorno, dalla tavola.

