A cura di Michele Bungaro
Roma – Il nostro Paese vive da tempo all’interno di un’apparente contraddizione: nello stesso periodo dell’anno può trovarsi a fronteggiare l’esondazione improvvisa di un fiume e il prosciugamento di un bacino agricolo a pochi chilometri di distanza. Non si tratta di eventi accidentali, ma della manifestazione di un assetto meteo-climatico che ha modificato la frequenza e la forma delle precipitazioni.
Quando ingenti volumi d’acqua si riversano al suolo nell’arco di poche ore, il terreno non ha la capacità fisica di assorbirli. Senza opere capaci di accogliere ed erogare con gradualità questi flussi, la pioggia si trasforma in dilavamento rapido, dissesto idrogeologico e sofferenza per i centri urbani. Le piene improvvise mettono a nudo il limite della rete di raccolta, così come i periodi di secca rivelano l’assenza di scorte adeguate.
La siccità, in questa prospettiva, appare meno come una carenza assoluta di precipitazioni e più come la conseguenza di una mancata trattenuta. Quando la pioggia non viene conservata al momento del suo arrivo, i livelli dei corsi d’acqua calano, le falde si abbassano e la catena produttiva agricola soffre un contraccolpo immediato.
Il paradosso italiano risiede proprio in questa sfasatura: la disponibilità si concentra in determinate finestre stagionali, mentre il fabbisogno si distribuisce sull’intero arco dell’anno. A fronte di un clima che esprime modalità nuove, l’ossatura delle nostre opere pubbliche è rimasta ancorata a schemi del passato, priva di un numero sufficiente di invasi moderni e di reti di distribuzione differenziate.
Le città, in particolare, progettate storicamente per piogge regolari e moderate, faticano a gestire la violenza degli eventi meteorici attuali. Riconoscere questa fragilità non significa rassegnarsi, ma disporre di un quadro diagnostico preciso. Comprendere la natura del problema è il primo passo per orientare gli interventi verso infrastrutture capaci di trasformare una vulnerabilità cronica in una gestione pianificata.

