Il contributo pubblicato dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, in linea con molte delle analisi sviluppate negli anni da Carlo Cottarelli, riporta al centro del dibattito una questione che attraversa in modo trasversale il sistema fiscale italiano: la configurazione della progressività dell’IRPEF e i suoi effetti sulla classe media. La domanda posta – se convenga o meno diventare classe media – non va letta in chiave provocatoria, bensì come sintesi efficace di una tensione strutturale che emerge con chiarezza dall’analisi dei dati.
Il principio di progressività rappresenta uno dei pilastri dell’imposizione personale sul reddito ed è coerente con l’obiettivo di redistribuzione e di coesione sociale. Tuttavia, come evidenziano le elaborazioni dell’Osservatorio, il modo in cui tale principio è stato declinato nel sistema italiano si traduce in una concentrazione particolarmente intensa del prelievo sui redditi medio-alti, che in altri ordinamenti europei continuano a collocarsi nella parte centrale della distribuzione.
Un primo elemento rilevante riguarda le aliquote marginali. In Italia, l’aliquota massima del 43% si applica a partire da 50.000 euro di reddito lordo annuo, una soglia che corrisponde a circa il 140% del reddito medio nazionale. Il confronto internazionale mostra uno scarto significativo: in Francia l’aliquota massima interviene solo oltre i 168.000 euro; in Germania a livelli di reddito molto più elevati; in Spagna oltre i 60.000 euro, ma all’interno di una struttura complessiva diversa per contributi e detrazioni.
Tuttavia, come sottolineato più volte dal professor Cottarelli, la valutazione dell’impatto economico del sistema fiscale non può fermarsi alle aliquote nominali. È necessario considerare il carico fiscale effettivo, che include IRPEF, contributi sociali e addizionali territoriali, nonché la progressiva riduzione delle detrazioni. Da questo punto di vista, l’Italia presenta una struttura di imposizione che concentra l’aumento del prelievo nella fascia dei redditi prossimi e superiori alla media.
Secondo i dati dell’Osservatorio, l’aliquota media effettiva sul reddito medio risulta in Italia superiore a quella osservata in Francia e in Spagna e solo leggermente inferiore a quella tedesca, nonostante un livello di servizi pubblici e di trasferimenti percepito come meno generoso. Ancora più rilevante è la dinamica dell’aliquota marginale effettiva: tra il 100% e il 150% del reddito medio, il carico fiscale cresce in modo più rapido rispetto ai principali partner europei.
Questa configurazione ha implicazioni economiche non trascurabili. In primo luogo, incide sugli incentivi al lavoro e alla crescita professionale: l’aumento del reddito lordo si traduce in un incremento relativamente contenuto del reddito netto, riducendo il rendimento dell’impegno aggiuntivo, dell’assunzione di responsabilità e dell’investimento in capitale umano. In secondo luogo, comprime la capacità di risparmio delle famiglie appartenenti alla classe media, con effetti indiretti anche sull’accumulazione previdenziale individuale.
La questione assume una rilevanza ancora maggiore se osservata in una prospettiva di medio-lungo periodo. Come evidenziato da Cottarelli, la sostenibilità del welfare si fonda su una base contributiva ampia, stabile e dinamica. La classe media rappresenta il principale bacino di contribuenti regolari e continuativi; una pressione fiscale e contributiva eccessivamente concentrata su questa fascia rischia di indebolire proprio il segmento che sostiene il sistema nel suo complesso.
Un ulteriore elemento di riflessione riguarda l’evoluzione storica della progressività dell’IRPEF. Nel corso degli ultimi decenni, il sistema fiscale italiano è stato oggetto di numerosi interventi, spesso parziali e stratificati. La riduzione del numero degli scaglioni, la modifica delle aliquote, l’introduzione e la successiva rimodulazione delle detrazioni hanno contribuito a rendere il sistema più complesso, senza tuttavia attenuare in modo significativo la pressione sui redditi medi. In diversi casi, la semplificazione formale si è accompagnata a una maggiore concentrazione del prelievo.
In questo senso, la configurazione attuale della progressività appare come un esito sistemico, legato all’esigenza ricorrente di garantire gettito in un contesto di elevata spesa pubblica e di base imponibile ristretta. Nel tempo, il carico fiscale si è progressivamente spostato verso i contribuenti più facilmente intercettabili e meno mobili, tra cui proprio la classe media da lavoro dipendente.
Il confronto con gli altri Paesi europei suggerisce anche che esistono modelli alternativi di progressività, nei quali il prelievo cresce in modo più graduale e si concentra maggiormente sui redditi elevati, preservando al contempo incentivi economici e capacità contributiva. Come osserva Cottarelli, non si tratta di ridurre la progressività, ma di ridisegnarla, evitando che essa si traduca in una penalizzazione sistematica dei redditi centrali.
Alla luce di queste considerazioni, l’analisi non può essere confinata a un dibattito tecnico sulle aliquote. Essa riguarda il patto fiscale e sociale su cui si fonda il sistema di welfare. Una progressività sostenibile è quella che riesce a conciliare equità redistributiva, incentivi alla crescita e solidità della base contributiva. Trascurare questo equilibrio significa esporre il sistema a tensioni crescenti, con effetti che si manifestano solo nel tempo, ma che possono risultare difficili da correggere ex post.
Proprio per questo, una riflessione non può che collocarsi in una prospettiva di lungo periodo, nella quale il disegno del prelievo fiscale sia coerente con l’obiettivo di preservare, e non comprimere, la capacità contributiva e la funzione economica della classe media.

