A cura di Michele Bungaro
Roma – L’Italia non deve inventare nuove risorse, ma sviluppare la capacità di trattenere ciò che la natura le offre. Le opzioni tecniche e ingegneristiche sono già disponibili, ampiamente approfondite e pronte per essere tradotte in cantieri. La priorità risiede nel trasformare la pioggia torrenziale in una riserva strategica per i periodi di scarsità.
Gli invasi multifunzionali costituiscono l’ossatura di questo cambio di paradigma. Lontani dall’essere concezioni superate, i bacini moderni consentono di stoccare l’acqua nei momenti di abbondanza per distribuirla quando il fabbisogno cresce, garantendo continuità alle coltivazioni, protezione ai centri abitati e tutela della biodiversità fluviale.
Accanto alle opere di maggiore scala, appare indispensabile una rete capillare di bacini aziendali e interaziendali. Una gestione idrica efficiente richiede un’architettura diffusa, dove ogni area territoriale partecipa alla stabilità del sistema complessivo attraverso punti di accumulo prossimi ai luoghi di effettivo utilizzo.
Un secondo pilastro è rappresentato dalle reti duali e dal recupero delle acque reflue depurate. Separare le condotte destinate all’uso potabile da quelle impiegate nell’irrigazione o nell’industria permette di razionalizzare i consumi e di valorizzare ogni risorsa in base alla sua qualità effettiva.
La risorsa idrica rappresenta a tutti gli effetti un fattore di stabilità economica e sociale. Il nostro Paese dispone di competenze professionali, patrimonio idrologico e vocazione agricola sufficienti per esprimere un modello virtuoso. Le soluzioni individuate attendono soltanto di trovare piena attuazione sul territorio.

